Se la dipendenza del protagonista fosse stata nei confronti di stupefacenti,
alcol o psicofarmaci il film avrebbe avuto questo successo?
Steve McQueen è un ragazzone inglese di colore, artista di valore (due Biennali di Venezia all’attivo) e regista ai primi passi – anche se il suo primo Hunger (che vantava sempre Michael Fassbender nei panni del protagonista, l’attivista IRA Bobby Sands, morto in carcere per sciopero della fame nel 1981) ha ottenuto la prestigiosa Camera d’Or a Cannes 2009. Shame, peraltro, è valso all’ottimo Fassbender una Coppa Volpi a Venezia 2011.
Il film è stato preceduto da una battage pubblicitario notevole – più un “world of web” che una campagna vera e propria – ed è stato oggetto di discussione sulle pagine di numerose testate e in alcuni dei più popolari salotti televisivi.
Perché? Dispiace dirlo, ma credo che il motivo fondamentale sia da ascrivere al fatto che l’opera di McQueen è incentrata sul sesso. Sesso deviato, frenetico, depresso e deprimente, malato, allucinato e – in qualche modo – “violento”, anche se esclusivamente nei confronti del personaggio-Fassbender, che di tale violenza è, a tutti gli effetti, la prima vittima.
Si è detto che la pellcola di McQueen ha avuto il merito di abbattere la “cortina di silenzio” e di vergogna (“shame”) che ammanta il mondo delle ossessioni sessuali e della difficoltà a vivere il rapporto con il nostro corpo e con il nostro vissuto, oltre che con la società che ci circonda. Il personaggio principale è stato definito “commovente e anaffettivo” – tutto molto tipico dei nostri giorni, tutto molto “ora”. In parte si tratta di affermazioni che corrispondono a verità: ma poi?
Già, “poi?”, mi sono chiesto alla conclusione del film – cosa rimane? Una grandissima fotografia (le “origini” artistiche di McQueen si vedono tutte, ed è un bel vedere), ottimo il protagonista (un affascinante incrocio tra Ralph Fiennes e Christian Bale, davvero camaleontico) ma… dov’è la storia? Cosa succede a Brandon Mulligan? Il suo dramma, la sua dannazione, le sue manie non sono forse quelle di chiunque venga risucchiato all’interno di una qualsiasi ossessione? Voglio dire: se la dipendenza del marmoreo Fassbender fosse stata nei confronti delle sostanze stupefacenti, o dell’alcol, o degli psicofarmaci… il film avrebbe avuto questo successo? Gli stilemi narrativi del cinema hanno sempre avuto difficoltà nella “rappresentazione” della pornografia e dell’universo ad essa collegato, e l’effetto di vedere impegnato il baldo Brandon in ammucchiate, acrobazie con professioniste del settore e abbordi in locali equivoci, o di vederlo masturbarsi a ripetizione è – e vuole ovviamente essere – deprimente, triste, manifesto di una solitudine allucinante – ma di qui a parlare di “cinema del corpo”, come è recentemente stato fatto, beh… magari un giorno il buon McQueen supererà in destrezza Cronenberg, ma qui – e non è una battuta – del corpo fondamentalmente interessa la zona pelvica.
Interessanti invece certe atmosfere, ben raccontata la storia di solitudine con radici adolescenziali del protagonista e della sorella – due depressi cronici, due “misfits” dell’anima, due persone la cui vita sociale sembra essere stata compromessa da qualcosa di antico e terribile, avvenuto in seno alla famiglia, ma lo scarso controllo dei registri provoca una giustapposizione di linguaggi che spesso pare stratificazione bella e buona – un po’ come se durante la partita a scacchi del “Settimo Sigillo” vedessimo arrivare all’orizzonte il “Titanic”.
Come detto, Fassbender è bravissimo (e lanciatissimo: dopo l’exploit in Bastardi senza gloria di Tarantino, era a Venezia anche con A dangerous method, proprio di Cronenberg), e dopo un inizio francamente così così (professionista di successo di Manhattan, ricco e annoiato, che brama ragazzine più o meno innoncenti sul metrò: un attimo già visto) la sua “parte” decolla, per arrivare ad un climax finale di tutto rispetto, dove la maschera davvero intensa dell’attore irlandese si trasforma a più riprese, ma personalmente rimane un complessivo amaro in bocca – such a shame…


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