Dove lo sport è solo un pretesto per raccontare
la storia di un uomo che non si arrende.
Scendiamo al cuore dell’evento motionpicture hollywoodiano: cosa caratterizza un buon film secondo lo standard americano? Una buona storia, ti rispondono oltremare.
Risposta che, più che risolvere, forse complica ulteriormente la questione. Infatti a partire da essa nascono tante altre domande: “cosa è una storia?”, “cosa vuol dire, esattamente, buona?”. Ma forse queste domande nascono solo in cervelli europei – nel senso deteriore, s’intende – densi di doppi e dietrologie… “in giro è pieno di critiche e criticoni”, mi diceva l’altro giorno un amico.
A queste domande la migliore cinematografia americana dà risposte talmente semplici che sembrano rasentare la banalità: una buona storia è una storia che prende, che parla al pubblico. E il pubblico siamo noi, gli uomini, con tutto il nostro cuore – chiedo scusa, anche se non fossimo attorno a San Valentino questa parola sarebbe mal capita – anzi i nostri grandi desideri: l’amore, la ricerca del senso delle cose, della felicità.
Ed eccoci qua: Moneyball; “tratto da una storia vera”… fino a che punto può importare questa didascalia? Tante storie “vere” possono essere falsate da chi le ascolta – o da chi le racconta. Il vero problema è che se il cinema non parla di cose vere, reali, non prende, non coinvolge – per cui la storia, se non è “vera”, non è una “buona storia”.
È proprio tuffandosi nel racconto che ci si rende conto che la storia è vera, cioè che quel GM che non si arrende al fatto che la sua squadra debba perdere perché non ha soldi ha prima di tutto commosso il regista.
Bennet Miller, dal canto suo, è un regista da tenere in considerazione, se, con due film all’attivo – uno è questo e l’altro è Truman Capote –, 4 attori da lui diretti sono stati nominati per l’Oscar – e uno l’ha pure vinto, l’Oscar. Ci vuole arte per tirare fuori il meglio da un attore, anche se molto bravo. E non è detto che un film sia un bel film perché c’è dentro Brad Pitt, anche se di sicuro serve a far cassetta. Ma il signor Pitt ultimamente lavora innanzitutto se crede in ciò che fa – vedi The Tree of Life, di cui è anche produttore. E in Moneyball è subito chiaro che il regista lo fa lavorare al meglio, assieme al silenzioso ma espressivo Jonah Hill, solo per dire i nomi di testa di un cast tutto da vedere.
Insomma Miller ci racconta una storia con la delicatezza e la decisione che forse derivano principalmente dal suo essere prima newyorker che californiano.
Di pari passo con una fotografia attenta ed in qualche caso coraggiosa – fare una scena di primi piani in cui non si vede il volto dell’attore non è esattamente una cosa popolare –, il regista incornicia non un dramma ma il dramma: il pubblico si trova di fronte ad un uomo che non ci sta, che vuole vincere anche se non ha soldi e che rischia tutto in nome della propria irriducibilità – ogni riferimento alla situazione attuale è puramente casuale? Il bello poi, è proprio che la storia non è gestita secondo il solito e premiatissimo modello di cinema epico-sportivo dove anche il sudore trasfigura – non cito titoli, sicuro che chiunque potrebbe dirne almeno due –, ma rimane al livello umano e individuale: pochi campi da baseball – su cui i giocatori non corrono al rallentatore – e molte scene con il protagonista, da solo nei suoi silenzi, talmente lunghi ed insistiti da far trasudare la tensione di un uomo che rischia tutto e, ragionevolmente, ha paura anche se fa il duro.
Come se il baseball fosse un pretesto per fare cantare alla figlia del protagonista quella canzone che, nella sua semplicità, affonda nel cuore del pubblico.
Cioè noi.
Una buona storia, insomma.


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