una recensione di Gianluca Arnone – Cinematografo

Il racconto normale di una vicenda straordinaria: commuove il pianista di Radford

Senza musica la vita sarebbe un errore. Un’intuizione che Nietzsche deve avere avuto quando ancora era sano di mente. E ragione gli dà la visione del toccante documentario che Michael Radford ha dedicato a Petrucciani (Michel Petrucciani – Body & Soul)  [...].

Nato nel 1962 con una grave patologia alle ossa, nano e fragile come un uovo di cristallo, Michel non ha avuto per questo un’esistenza sfortunata. Tutt’altro. Radford (Il postino) propende anzi per un narrazione ribaltata, attratta dalle grazie ricevute dal pianista (l’amore del padre, musicista che seppe infondergli passione e conoscenza del jazz; le mani enormi, sproporzionate rispetto al corpo, argani raffinati capaci di sostenere il peso di un talento smisurato; una forza di volontà incrollabile, maturata in simbiosi col “dono”) e costruita – oltre la prevedibile parabola di un riscatto – come un vero e proprio detour narrativo: Body & Soul si rivela così un film sul movimento in assenza di motilità (il successo porterà il pianista in giro per il mondo), una testimonianza di libertà pur con tutte le limitazioni fisiche [...].

Un miracolo d’esistenza raccontato in sordina, attraverso materiali d’archivio e interviste, dall’infanzia al concerto eseguito alla presenza di Giovanni Paolo II, nel 1997, apoteosi di una carriera fulminante. Petrucciani morirà due anni dopo di polmonite, a soli 36 anni.

E’ il momento di massima commozione del film, quello in cui il suo corpo sbagliato rioccupa la scena, reimpone le sue regole, spezza l’incanto. Un momento breve, ma necessario. Utile a riaffermare la forza di uno spirito capace di sollevarsi sopra la gravità della natura. E poco importa se il rischio è una lacrima di troppo. Scrisse ancora un filosofo: “Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica”. Probabilmente aveva ragione anche lui.