Un capolavoro desta sì pareri diversi e discordanti, ma tutti unificati dal fatto che esso è entrato, ed entrando risveglia qualcosa che ci “colma di infinito desiderio”, stando con Pasolini.

Da cosa si riconosce un capolavoro? Le opinioni su questo argomento sono diverse: c’è chi dice che di un capolavoro non si smette mai di parlare; altri sostengono che di fronte ad esso non si hanno parole; oppure c’è chi assegna questa etichetta in base all’unanimità dei pareri, o chi al contrario si appella al fatto che i pareri sono davvero discordanti.

Ora, in tutte queste posizioni c’è del vero: dopo la visione di The Tree of Life di Terrence Malick mi sono convinto che ciò che soprattutto rende un capolavoro riconoscibile è il fatto che esso entra. Entra dove? In chi vi è di fronte, a prescindere da estrazioni sociali o livello culturale; entra, o, per dirla con Pasolini “passa”.

Ma ora occorre provare a rendere ragione “cinematografica” di quanto appena detto: dopo qualche mese a Los Angeles passato a studiare i fondamenti del mestiere del regista, la scuola è riuscita a stamparmi nel cervello alcune nozioni fondamentali per la riuscita di un buon film: “un buon film risulta comprensibile a chiunque attraverso le immagini”; sembra un’affermazione di una banalità allucinante, ma, come tutte le affermazioni ritenute estremamente scontate, essa tende ad essere continuamente dimenticata da chi pratica il mestiere: e allora giù a sceneggiare libri – e, naturalmente, a “libreggiare” scene – dimenticandosi della peculiarità del cinema: esso è PREMINENTEMENTE un’arte visiva.

Malick è (sempre stato) memore di questa regola, probabilmente aiutato dalla propria personalità, talmente schiva da non rilasciare nemmeno interviste a presentazione delle proprie opere.
Dall’inizio si intuisce che il protagonista del film non è il dialogo, ma l’immagine, non solo dal punto di vista qualitativo, ma soprattutto sotto l’aspetto della costruzione: ogni scena, ogni movimento di macchina è innestato in una poetica dello sguardo che, dopo un primo momento di stupore, fa venire i brividi.

Solo per fare alcuni esempi, si può citare anzitutto un quasi ostinato uso del low angle, un punto di vista “dal basso”, che può essere giustificato quando per esempio in bambino guarda un adulto, ma che qui investe tutte le scene, tanto da far pensare: perché stiamo guardando tutto dal basso? Forse c’è qualcosa da capire: c’è un altro termine tecnico che designa la ripresa aerea “eye of God”, l’occhio di Dio. Mi sembra che in Tree of Life “l’occhio di Dio” sia proprio questa ripresa dal basso, dal profondo, che scruta personaggi e situazioni sempre lasciandoci intravedere l’altus, la profondità di un mondo soprastante. Cieli, soffitti, rughe, lacrime, sono tutti sorpresi dal basso, come da uno sguardo volto a cercare il nesso con l’oltre.

Non sarà poi inutile notare che, se la poetica Malickiana resta intimamente legata all’immagine, l’uso di questa non è scardinato in maniera astratta dalla realtà: l’affondo nelle forme si configura come scavo nel tempo del racconto, che possiede una trama netta e definita, che viaggia tra passato e presente con qualche digressione assolutamente funzionale. L’intreccio espone una vicenda familiare drammatica, che sotto forma di esperienza passata si trova ad essere giudicata e riesplorata dal protagonista, il figlio maggiore. Le digressioni sono affondi poetici nell’anima umana che spande il proprio grido di senso per tutto l’universo, inteso sia come spazio che come tempo.

È questa la dimensione in cui affonda con sorprendente audacia l’analisi del regista: lo spazio-tempo, il rapporto fra l’io e l’universo, tra la storia e la Storia nel tentativo supremo di ripercorrere tutto, il Tutto, trascendendolo. Provando ad esemplificare, posso solo dire come questa tensione all’infinito sia scolpita nell’acqua – ed è qui che Malick si riallaccia a Tarkovskij, maestro nello “scolpire il tempo” – esplorata in maniere impensabili; oppure ancora nel particolare delle palle da baseball che, lanciare dai bambini, non vediamo mai cadere.

Concludendo, riprendo quanto detto all’inizio: un capolavoro lascia senza parole, ma solo gli stolti credono ancora che il silenzio non parli; un capolavoro desta sì pareri diversi e discordanti, ma tutti unificati dal fatto che esso è entrato, ed entrando risveglia qualcosa che ci “colma di infinito desiderio” sempre stando con Pasolini.

Qualcuno dopo aver visto The Tree of Life ha detto: “E questa è una cosa in cui non si ha proprio paura a dire… andate a vedere questo film “The Tree of life”, regia di Michelangelo Buonarroti. Grazie Michelangelo!”

Sulle prime ho pensato che fosse la solita sparata, perché sebbene quel qualcuno abbia sempre avuto un certo gusto, è sempre stato propenso ad enfatizzazioni un po’ troppo popolaresche. Ora ho cambiato idea.

La difficoltà nello spiegare questo squadernamento visivo è ovvia: “trasumanar significar per verba non si poria”, diceva il sommo poeta.

E quindi qualcuno – Malick o Michelangelo – ha provato a “signi-ficar” e basta.