L’amore sfrenato, quasi compulsivo per la pittura e la passione per le immagini sembrano essere due tra le cifre più importanti dell’eccezionale mostra (curata da Luca Massimo Barbero) in corso (fino al 28 agosto) alla Galleria Carlo Rizzarda di Feltre, dedicata ad uno dei pittori italiani più geniali ed eclettici del Dopoguerra: Tancredi (nato Tancredi Parmeggiani, 1927-1966), che ritrova giusto spazio ed adeguato riconoscimento proprio nella sua splendida cittadina natale.

Un’esposizione unica, davvero, come uniche furono la vita e la carriera di Tancredi, sospese tra la luce di una capacità immaginifica e di osservazione fuori dal comune e l’oscurità di un disagio esistenziale destinato a segnare in maniera ineludibile la vita dell’artista feltrino.

Incominciamo… dalla fine: “Io non so scrivere, forse riuscirò a dipingere quello che sento” è la frase di Tancredi che apre le sale dedicate alla sua produzione più tarda: E quanto “sentiva”, il pittore feltrino: disegni di forza visionaria strabiliante, abitati da presenze quasi ossessive nel loro essere a metà strada tra sogno e veglia – tra ragione e perdita del senso di sé… una sezione che da sola vale l’intera mostra, per il… tutto che contiene: la sua e la nostra storia, la pittura in genere, la gioia, la difficoltà e il male di vivere, la consapevolezza (o l’intuizione, fate voi…) di dovere, di volere dipingere tutto, perché presto avrebbe potuto essere troppo tardi… i suoi “Matti” (dal 1962 Tancredi venne internato più volte, in base alla sommaria legge dell’epoca in materia, con la diagnosi di “schizofrenia paranoide”) sono sinistri, priapici folletti dalla drammaticità così intensa da diventare sberleffo liberatorio…

Abbiamo iniziato dalla fine, come detto, ma la mostra ha il grande merito di presentare l’opera dell’artista feltrino attraverso un percorso che guida il pubblico tra le varie fasi, vorremmo dire le stagioni della sperimentazione vissute da Tancredi, allo Spazialismo informale con le sue note Primavere, ai fatidici e ricchissimi anni sessanta, con la straordinaria invenzione di nuovi dipinti e dei personaggi delle sue Facezie. Una serie di lavori dai quali risulta chiarissima la sua fama di “pittore degli addetti ai lavori”, apprezzato da musei, selezionati appassionati e… colleghi, per i caratteri di originalità poietica a cui si faceva riferimento in precedenza. Il tutto attraverso più di 150 tra opere e documenti originali.

Dall’iniziale sezione La figura come mondo della biografia, con una vasta selezione di opere prevalentemente su carta, di carattere intimo, si passa a Il pensiero concreto del dipingere con rare prove giovanili nello stile definito “concreto neoplastico” e le prime sperimentazioni su carta del 1950-1951 – Tancredi aveva già conosciuto Emilio Vedova (a Venezia, nel 1947) e le avanguardie francesi, ed e aveva già tenuto la sua prima personale presso la Galleria Sandri (1949), oltre ad aver partecipato ad una “collettiva” piuttosto importante quale la 1°Mostra dell’Arte Astratta Italiana alla Galleria d’Arte Moderna di Roma (1951).

Primavera riunisce invece una selezione importante di dipinti dallo stesso titolo, la ricerca svolta nei primi anni ’50 e le opere su carta che segnano l’incontro cruciale con la collezionista Peggy Guggenheim: con la mecenate americana Tancredi instaura un rapporto di grande sintonia, che lo porterà ad essere l’unico artista ad avere uno studio a Palazzo Venier dei Leoni – e ad essere da lei introdotto presso i grandi musei e collezionisti americani.

Questo significativo legame è presentato in mostra grazie allo straordinario nucleo di lavori provenienti proprio dalla Collezione Peggy Guggenheim, che apre L’avventura internazionale: Tancredi con Carlo Cardazzo e Peggy Guggenheim, sezione che propone l’opera matura e include alcune dei principali lavori dello spazialismo tancrediano e altre prove altissime del suo esercizio multiforme (nel 1951 Tancredi aderì al manifesto dello Spazialismo, fondato da Fontana nel 1947).

In questi anni il pittore feltrino espone a Milano, Torino, Venezia e alla prestigiosa Kunsthalle di Berna – il tutto insieme a personaggi del calibro di Hartung, Pollock, Wols e Mathieu:nella sezione L’Europa e il mondo compaiono i dipinti dal 1955 (anno in cui Tancredi si “separa” dalla Guggenheim) al 1959, con la serie di opere intitolate “A proposito di Venezia”. Notiamo come il periodo di permanenza parigina di questi anni abbia fatto sì che Tancredi (che nel frattempo aveva sposato la pittrice norvegese Tove Dietrichson, ed era diventato papà di Elisabetta, nel 1959) venisse in contatto con altri grandi della pittura contemporanea, come Dubuffet, Asger Jorn, Karel Appel; ormai le sue opere si potevano ammirare da Londra a New York, da Roma o Milano a Pittsburgh.

Splendida anche la penultima sezione, “Degli scherzi accorati… con tanto di ridicolo”, che raccoglie le cosiddette ‘facezie’ ed alcuni dei dipinti sino al 1961; opere come i “Diari paesani” e i “Fiori dipinti da me e da altri al 101%” (tra il 1962 e il 1963) sono mirabili nel rivelare l’immensa felicità creativa dell’artista veneto.

Del 1962 sono i viaggi nel Nord Europa, e – come detto – l’insorgere della malattia – neanche la nascita di Alessandro, nel 1963, sembra poter placare compiutamente il profondo disagio del pittore feltrino, che in ogni caso – dopo un ulteriore ricovero in ospedale – partecipa alla Biennale di Venezia del 1964.

Nel 1966, Tancredi si trova a Roma in visita al fratello: a soli 39 anni sente, capisce di aver dipinto tutto – tutto quello che aveva sentito, capito, visto, intuito – tutto quello che aveva potuto dipingere. O forse no.

E’ l’alba del 27 settembre quando si toglie la vita gettandosi nelle acque del Tevere.