O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d’affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so.

L’ultimo romanzo del torinese Giuseppe Culicchia, Ameni inganni, prende il titolo da un verso di Leopardi, tratto dalle Ricordanze. Ma se per il buon Giacomo al centro dell’attenzione c’è la nostalgia verso i tempi passati, quelli della spensieratezza, per Culicchia l’ameno inganno è anche tutto ciò che ci inventiamo ogni giorno per far finta che tutto possa restare sempre così com’è.

Ameni inganni descrive la difficoltà di crescere, di affrontare le cose che cambiano, di dare un vero senso al proprio quotidiano. Più nello specifico è la storia di Alberto, un quarantenne rimasto adolescente, che inganna la sua vita, ne riempie i vuoti, colmandola con modellini di astronavi, riviste licenziose, canzoni dei Police ripetute a memoria, cento visite al giorno alla pagina Twitter di una modella dell’est. Comportamenti ossessivi che diventano quasi “coazioni a ripetere”, un accanimento di pensieri e azioni che diventano schiavitù e dipendenza da qualcosa che sembra attraente.

Alberto Bianco non lavora, non cucina, non ha amici, non è mai stato in metropolitana o a un concerto, nemmeno dei Police. Così quando la madre muore, l’uomo resta completamente solo, abbandonato pericolosamente a se stesso e ai Quattro salti in padella.

Ma qui, forse, qualcosa cambia, e la coazione a ripetere che fino a quel momento era l’àncora che gli impediva di smuoversi, viene faticosamente disseppellita dal torbido fondale. Forse amare una donna potrà cambiarlo. A meno che le sue pulsioni ossessive non lo portino a diventare uno stalker…

Ameni inganni non narra solo del dramma (tragicomico, a dire la verità) di Alberto. È anche una visione estremizzata, ma non per questo meno realistica, delle nevrosi contemporanee: la paura e l’inadeguatezza nei confronti di una società basata sulla competizione, la perdita di gratificanti dinamiche di socializzazione al di là di Facebook, l’incapacità di dare un senso alla vita che fa chiudere “autisticamente” in se stessi.

Culicchia, ormai autore di lungo corso, le sa catturare con intelligenza e ironia, confermando la sua capacità di captare i disagi “adolescenziali” dei quarantenni di oggi (vedi anche Un’estate al mare, 2007 e Brucia la città, 2009) così come nei suoi esordi narrativi (Tutti giù per terra, 1994 e Paso doble, 1995) fu in grado di descrivere efficacemente la generazione dei ventenni.