Il pranzo è la chiusura perfetta di un cerchio dove i nodi si sciolgono e si ritrova il senso di ogni cosa. L’esperienza individuale di ogni commensale si unisce e diventa una esperienza di gruppo.
Vidi per primo il film, e pienamente soddisfatta non fui presa in quel momento dalla curiosità di leggere il libro, piuttosto mi comprai la videocassetta, che regolarmente mi rivedo. Recentemente ho letto il racconto e risentivo la voce fuori campo del film, Babette, Filippa e Martina e le immagini si confondevano alla lettura.
Ora ripenso al film come ad un racconto letto ad alta voce, con le giuste interpretazioni, la giusta musica e dove lo stesso paesaggio norvegese diventa personaggio. Le scene che si susseguono raccontano la storia di Babette Hersant, una parigina in fuga, che a causa di una guerra civile è accusata di essere una rivoluzionaria, una comunarda. Babette raccomandata da un vecchio amico di Parigi viaggia fino alla Danimarca e sbarca in un piccolo villaggio, Berlevaag. Qui si rivolge a Filippa e Martina, due anziane sorelle, figlie di un pastore protestante, che dopo la morte del padre hanno ereditato la guida della comunità. Babette, cuoca e governante delle due anziane signore si guadagna anche la simpatia di tutta la comunità, formata oramai da vecchi fratelli e sorelle e ritrova la pace.
Il film non omette di raccontare gli amori di Filippa e Martina, amori a cui rinunciano in gioventù, per soddisfare la volontà del padre. Meravigliosa è la battuta del vecchio decano che ad un corteggiatore risponde “Come posso privarmi delle mie figlie, sono per me come la mano destra e la mano sinistra”. Egli considerava l’amore terreno e il conseguente matrimonio argomenti futili e mere illusioni (pag. 10 e 11).
A questo proposito due personaggi spiccano sia nel film che nel racconto (vedi i due brevi capitoli intitolati L’innamorato di Martina e L’innamorato di Filippa). Il primo è un giovane ufficiale, Lorens Loewenhielm, che aveva condotto una vita allegra e si era indebitato. Trascorre a Berlevaag un mese per meditare sulla sua condotta. Qui conosce Martina e se ne innamora ma non potrà trascorrere il resto della sua vita con lei. Riparte e soffoca il suo dolore portando a termine la sua carriera militare con successo.
Un anno dopo la partenza di Lorens il grande cantate di Parigi, Achille Papin visita il grandioso e selvaggio paesaggio nordico. A Berlevaag sente cantare in chiesa Filippa e riconosce nella sua voce i toni di una grande artista. Dietro il consenso del padre le dà lezioni di canto, certo che il suo destino sia quello di una grande diva dell’Opera, ma anche lui deve rinunciare a lei e lasciare che Filippa invecchi accanto alla sorella.
Babette a Parigi è stata un grande chef del Cafè d’Anglais, ma ora l’unico legame che ha con la Francia è un biglietto della lotteria, che un amico le rinnova ogni anno. Alla notizia della vincita Babette decide di spendere l’intera e folle somma per preparare il pranzo in onore dell’anniversario della morte del decano. Le sorelle e la comunità intera, prima timorosi e contrari ai piaceri della vita, ne restano inebriati e vivono il pranzo come una esperienza spirituale, dove ogni dissapore del passato si dissolve. Babette riesce ad esprimere ancora una volta la sua arte. Anche l’Ufficiale Lorens Loewenhielm, divenuto Generale, è stato invitato a partecipare al pranzo.
Una certa apprensione lo prende. Sente che deve fare i conti con se stesso. Mentre si prepara si guarda allo specchio e osservando le sue decorazioni sul petto sospira: “Vanità, vanità, tutto è vanità!”.
Durante il pranzo vive anche lui un’esperienza straordinaria e riconosce il talento di un grande chef. Rivede Martina e ricorda e rinnega le ultime parole pronunciate quando si erano salutati:”…in questo mondo esistono cose impossibili!”
Ora alla fine del pranzo le dice: “… stasera ho imparato che in questo mondo ogni cosa è possibile”.
Il pranzo è la chiusura perfetta di un cerchio dove i nodi si sciolgono e si ritrova il senso di ogni cosa. L’esperienza individuale di ogni commensale si unisce e diventa una esperienza di gruppo. Credo che il paesaggio norvegese abbia avuto un ruolo fondamentale come contenitore idoneo alla riflessione. In esso i personaggi, usciti dalla loro vita mondana trovano affetti e malinconia. Il silenzio si contrappone al rumore e alle distrazioni.

La storia di ogni personaggio è la storia di molti esseri umani che necessitano di una vita intera per arrivare a darne un senso. Il tempo è per essi un elemento fondamentale. Succede a Babette, alle due sorelle e ai due innamorati. Questo è il punto in comune delle loro storie personali. Ed è anche una storia sulla rinuncia, dove i personaggi vivono un proprio destino, che non ammette intrusioni e variazioni, senza essere consapevoli che in futuro ne saranno riscattati e premiati.
Se vi capita leggete il racconto e se vi capita guardate il film, ma non so consigliarvi cosa fare prima.
Libro: Karen Blixen, Il pranzo di Babette in Capricci del destino (Feltrinelli, prima edizione 1958)
Film: Gabriel Axel, Il pranzo di Babette (1987)


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