L’uomo verticale (Fandango libri, 2010) è secondo Alessandro Baricco “uno dei libri più importanti scritti in Italia negli ultimi cinque anni”. E questo potrebbe bastare per presentare l’ultimo lavoro di Davide Longo, scrittore piemontese classe 1971, insegnante e già autore di Un mattino a Irgalem (Premio Grinzane Opera Prima 2001 e Premio Via Po) e Il Mangiatore di pietre (Premio Città di Bergamo e Premio Viadana 2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos.
Ma perché è un libro importante il romanzo di Longo? È importante perché descrive senza pietà quello che potrebbe essere il potenziale viaggio dell’animo umano verso l’imbarbarimento (e non a caso Baricco ha scritto I barbari), verso quella condizione sub-umana, o forse umana troppo umana, in cui l’uomo potrebbe precipitare una volta spogliato di civiltà, cultura, senso della comunità.
Un libro duro, fastidioso, che tortura il lettore. Non un romanzo d’evasione quindi, ma d’invasione. Pagine che riempiono le piaghe oscure delle certezze, costringendo a porci delle domande. Di che sostanza è fatto l’uomo? Come è stata costruita la civiltà occidentale di oggi? Quali sono i fattori che possono disgregarla facendoci ripiombare in uno stato quasi animale?
Le domande ce le pone Leonardo, il professore universitario protagonista del romanzo. A causa di uno scandalo sessuale la sua carriera viene stroncata e la sua vita cambia. A cambiare non è però solo la vita privata, ma anche quella pubblica. La banca inizia a non erogare più soldi, la benzina e le derrate alimentari vengono razionate, il paese inizia a essere attraversato da inspiegabili ondate di violenza, la gente si arma. Rapine, sopraffazioni, omicidi. La colpa ricade sugli extracomunitari e ovunque nascono ronde a difesa del territorio. Ma ormai l’imbarbarimento e l’odio delle nuove generazioni conduce gli eventi a una inevitabile guerra civile che durerà anni e che condurrà Leonardo a fare i conti con il lato più estremo di questa società: la spietatezza che germina dove non esiste più regola, legge, principio. L’umanità viene così ridotta alla lotta per la vita, con violenza, stupro, prevaricazione e umiliazione come unici linguaggi sociali parlati in una terra di nessuno.
Leonardo sopporta mitemente questo clima da homo homini lupus, finché non incontrerà un (falso) profeta con connotazioni da anticristo. E quando la sua vita tocca il fondo, Leonardo inizia a riemergere, lottando ogni giorno per riguadagnare la luce della vita, riconquistare centimetro dopo centimetro il campo invaso dalla barbarie.
Così Davide Longo ha parlato del suo romanzo: “L’uomo verticale è un’espressione spagnola che indica un uomo tutto d’un pezzo. Leonardo, il protagonista, non è affatto un uomo verticale. Questo romanzo si basa sul coraggio, e Leonardo è mite, arrendevole, e in questo mondo in cui le regole della convivenza saltano, lui che è un intellettuale appartato e che ha deciso di isolarsi, sembra essere destinato a essere spazzato via. Invece questo libro è anche una personale ricerca sul coraggio, che ha molte facce e si annida in atteggiamenti anche passivi”.

Con L’uomo verticale Longo fa una riflessione universale sulla condizione umana attraverso pagine che inizialmente straniano il lettore per poi colpirlo duramente senza sosta in un corpo a corpo in cui è impossibile rimanere illesi.
Un testo tanto potente quanto disturbante che ricorda vagamente le atmosfere di Apocalypse Now, il suo “cuore di tenebra” e il celebre “orrore” menzionato dal Colonnello Kurtz.


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