Giorgio Scerbanenco (preudonimo di Vladimir Giorgio Šerbanenko) ha scritto moltissimo. Sono quasi cento, tra il 1935 e il 1969, i libri a sua firma, tra romanzi e raccolte di racconti. Scriveva romanzi rosa, e gialli, in uno strano e contrastante equilibrismo tra dolcezza e asprezza, capace di restituire la pienezza di un uomo, uno scrittore, di grande profondità.

Scerbanenco, nato a Kiev nel 1911, era un professionista, non un artista. Scrivere, e vendere, era il suo mezzo di sostentamento. Quindi doveva scrivere e vendere molto: produceva infatti quattro o cinque romanzi all’anno, dei generi letterari che incontravano maggiormente i favori del pubblico: sentimenti per le donne, morti ammazzati per gli uomini. Scerbanenco era uno scrittore “commerciale”.

Ma molti dei suoi romanzi, soprattutto i gialli (oggi li chiameremo noir, e anzi, i critici riconoscono l’autore milanese come il predecessore del genere), sono arrivati fino a noi con forza immutata, con voce limpida, con virtù intatte. Ciò significa che se Scerbanenco, quando scriveva, era un professionista, oggi possiamo abilitarlo ad artista: il suo messaggio ha resistito agli urti del tempo, i suoi romanzi sono diventati dei classici.

Oggi ricordiamo Scerbanenco soprattutto per la quadrilogia che vede protagonista Duca Lamberti, uno dei suoi personaggi più riusciti. Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano al sabato sono stati pubblicati tra il 1966 e il 1969: il suo ultimo lascito ai lettori del futuro, dato che Scerbanenco morì ad appena 58 anni, proprio nel ’69.

In quei quattro romanzi c’è forse tutta l’essenza noir dell’autore, che ambienta in una Milano ostica e in evoluzione vicende oscure e cruente, incastrare dentro i mutamenti economici e sociali dell’Italia del boom. Stretta nella morsa della storia, tra le scomode eredità della guerra (Traditori di tutti) e la recente industrializzazione (I milanesi ammazzano al sabato), la Milano che si è trasformata in una metropoli ha visto anche l’immigrazione di una nuova criminalità, che Duca Lamberti cerca di contrastare con metodi assolutamente eterodossi.

Nei libri della quadrilogia, nonostante qualche ingenuità dovuta probabilmente alla morale dell’epoca (i cattivi sono più che cattivi, sono abietti, non c’è giustificazione nei loro comportamenti), Scerbanenco riesce a caricare ogni singola pagina di grande umanità, dando spessore al protagonista (ex medico radiato dall’ordine che diventa poliziotto), alla sua compagna Livia (sfigurata da un “venditore di donne” per colpa di una leggerezza di Duca) e all’ispettore Càrrua (amico e collega, un altro duro dal cuore tenero, che finirà per farsi carico della sorella di Duca, ragazza madre che perde drammaticamente la figlia).

E poi, sullo sfondo, Milano. Una città in cui, per non disturbare, nessuno avverte se un rubinetto aperto allaga il condominio. Una città dove un onesto cittadino vittima di un sopruso si fa giustizia da solo al sabato perché durante il resto della settimana non può distrarsi dal lavoro.

La perla della quadrilogia (riedita recentemente da Garzanti) resta però la nota autobiografica di Scerbanenco pubblicata in calce a Venere privata. Dalla sua difficoltà ad essere accettato come italiano, viste le origini ucraine, al toccante episodio della fuga verso il confine svizzero durante la Seconda Guerra Mondiale. Con il fiato dei soldati nazisti sul collo, Scerbanenco s’inerpicava sulle montagne con il suo ultimo manoscritto custodito in una borsa a tracolla: uno “stupido” romanzo d’amore. In testa ha una domanda: ma qual è la vita vera? Quella addolcita dal sentimento racchiusa in quelle pagine, oppure quella inasprita dalla guerra fuori dalle pagine?

Poi, una contadina svizzera, verso il confine, gli fa cenno di non proseguire, di là ci sono i tedeschi. Il cenno ricorda al fuggitivo un gesto di protezione, come quello che si fa per accompagnare i pulcini nella stia. Un gesto pieno di cura e di tenerezza, in cui Scerbanenco ritrova il senso della realtà. Si risponde, quindi, che la vita vera è in quella tenerezza, nel gesto della contadina come nelle pagine del suo romanzo d’amore, mentre la guerra che urla attorno è soltanto una follia che non può davvero appartenere all’uomo.