La versione (cinematografica) di Barney è un prodotto ben confezionato. Bravi attori, perfetti nel loro ruolo. Sceneggiatura lineare e solida. Regia pulita e non invasiva. Personaggi ben delineati. Sentimento quanto basta. Finale triste che comunque rincuora. Insomma, tutti gli elementi al posto giusto. In più, l’ampia campagna promozionale e la spinta del successo letterario di Mordecai Richler (La versione di Barney, Adelphi 2007, prima edizione italiana nel 2000) garantiranno anche i giusti incassi.

Tutto bene quindi. Il prodotto funziona. Ma, appunto, è soltanto un prodotto. Perché il film è un pacchetto ben confezionato destinato a un pubblico da multisala, quanto l’opera di Richler è invece un regalo sbagliato, riciclato e sbolognato alla persona giusta, impacchettato con carta di giornali sportivi e riviste licenziose. Perché il film è un cestino di pop-corn da consumarsi davanti al grande schermo, quanto il libro è un piatto yiddish catapultato in un menù da fast-food. Perché il film è qualcosa che ti può far bene come un’aspirina offerta da un conoscente, quanto il libro è un virus benefico che si trasmette selvaggiamente tra amici.

Il “vero” Barney Panofsky, protagonista del libro, è stato imbrigliato da una versione di Barney, quella filmica, più addomesticata, edulcorata, denuclearizzata. Il Barney sullo schermo appare così meno cinico, meno caustico, meno divertente, meno vulcanico, meno criminale, meno donnaiolo, meno intelligente, meno immorale, meno necessario e meno ebreo di quello scritto. È un Barney che ti rallegra senza ubriacarti, che ti accarezza senza travolgerti, che ti fa dire “il film mi è piaiuto” mentre invece “il libro l’ho amato”. C’è differenza.

Insomma, il film è (in)quadrato tanto il libro è (a tutto) tondo. Funziona, tutto qui. Ma non basta funzionare per farsi ricordare, come invece si faranno ricordare ancora per molto il Barney Panofsky scritto e il Mordecai Richler scrittore.