[...] Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento.
(J. S. Chardin)

Jean Siméon Chardin (1699-1779) non è solo tra i più grandi pittori di tutti i tempi: egli è “il pittore dei pittori”. Poche figure sono state in grado di suscitare tanta ammirazione e devozione da parte di contemporanei e posteri – e nessuna, probabilmente, ha mai raccolto giudizi così entusiastici da parte dei propri “colleghi”.
Chardin osserva la realtà – il quotidiano, gli oggetti della vita, le persone comuni. Egli si propone programmaticamente di dimenticare il passato – gli studi, l’applicazione sui grandi maestri classici – per dedicarsi completamente e totalmente a guardare – a tornare a guardare.

All’inizio dello straordinario percorso offerto dalla mostra conclusasi ieri a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (“Chardin. Il pittore del silenzio”, a cura del grande Pierre Rosenberg), colpisce e non stupisce il famoso aneddoto secondo cui alcuni membri della commissione dell’Accademia Reale di pittura (ala quale venne naturalmente ammesso – non dimentichiamo tra l’altro che lo stesso Luigi XV sarà tra i più grandi estimatori della sua arte), a cui Chardin aveva presentato i propri lavori come candidatura, meravigliati dai superbi colori e dalla straordinaria resa della luce delle sue nature morte, lo scambiarono per un fiammingo del secolo precedente.
Opere semplici e grandiose allo stesso tempo quelle del primo Chardin – dotate di una misteriosa bellezza, di una sensibilità assolutamente inedita nel genere (“Lepre morta con carniere e sacca per polvere da sparo”, è addirittura toccante per la potenza della resa).

Una volta entrato all’Accademia, Chardin… continua ad osservare. Ancora più da vicino. La capacità di ritrarre il vero, la sua luce e le sue ombre: è questo ciò che lo attira quasi inesorabilmente. E sopratutto, dal 1734 in poi, egli scopre l’uomo.
Quadri di genere, naturalmente, ma dove non c’è nulla di pittoresco: scene di vita dell’alta borghesia francese (il gioco, le occupazioni di tutti i giorni), prevalentemente di fanciulli, ritratte con una semplicità ed una perfezione simpatetica assolute: “Bolle di sapone” (proposto nella sede ferrarese, per la prima volta, in tre versioni) e “Bambina che gioca” col volano sono capolavori assoluti della pittura di tutti i tempi; dotato di grande carica lirica anche “Giovane disegnatore” (1738).

Ma davvero tutte le opere esposte per l’occasione sono semplicemente memorabili, tra echi di Vermeer (“La sguattera”) e curiosità divertita (“Scimmia pittore” e “Scimmia antiquario”, 1740).

Nell’ultima fase della sua straordinaria vita artistica, Chardin torna a dipingere esclusivamente nature morte. La pennellata si fa vivida eppur minuziosa, la ricerca su tono, colore e luce addirittura maniacale. Anticipato da due capolavori dell’intera sua opera, risalenti a qualche anno prima (“Necessaire per un fumatore”, 1737 e “Mazzo di fiori”, 1735), l’ultimo Chardin è ricerca di perfezione assoluta, compenetrazione di oggetti e sfumature, rappresentazione di una realtà composta e definita dai materiali, dalle loro forme e dalla loro interazione.
Un’arte senza tempo quella di Chardin, perfetta, armonica, oltre i generi, che ha come unico vero obiettivo la conoscenza: un pittore ed una mostra di concentrata, sensibile eppur quotidiana bellezza, che non può non togliere il fiato – una capacità di resa che anticipa Cezanne, Matisse e addirittura Morandi.

Mi piace concludere il racconto di questa straordinaria esperienza proprio con le parole di Cezanne – alle quali, credo, non c’è davvero nulla da aggiungere:

“Gli oggetti si compenetrano tra loro… Non cessano mai di vivere, capite… Si espandono intorno a se stessi con intimi riflessi, come noi stessi con gli sguardi e con le parole… È stato Chardin il primo a intravederlo, ha arricchito di sfumature l’atmosfera delle cose [...] Non trascura niente. È riuscito così a sorprendere tutta questa confluenza, nell’atmosfera, delle particelle più tenui, questo pulviscolo di emozioni che avvolge gli oggetti”.