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  • il 08.06.2010
  • alle 12:48 PM
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"Sul deserto delle nostre strade Lei(La Bellezza) passa, rompendo il finito limite e riempendo i nostri occhi di infinito desiderio"
Pier Paolo Pasolini

Quella ragazza di 90anni 0

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Solo apparentemente la voce era flebile.

Essa guidava decisa le Ave Maria del Rosario davanti a mezzo milione di persone.
Marianna Popieluszko era lì, con gli altri tre figli, alla festa del suo Jerzy, davanti a tutto il loro popolo domenica 6 Giugno 2010 in piazza Pilsudski a Varsavia, il popolo polacco.

Non è una scena consueta incontrare una madre alla cerimonia di Beatificazione del suo figlio!
Quando Rafal mi ha presentato questa donna, baciandole la mano come d’uso per questa gente mi ha trapassato il cuore un tonfo di commozione. Nel suo sguardo non distinguevo il confine tra la severità e la tenerezza. Mai viste talmente unite queste due componenti così diverse!

Una madre alla Beatificazione di suo figlio! Ma ci pensate!

Questo è Jerzy Popieluszko, anche dopo morto: la quasi insopportabile semplicità del Santo che non riesci, neanche se volessi, a rinchiudere nella cornice cristallizzata di una pietistica devozione. Rimani intaccato dall’umanità vera e semplice che ti si impone davanti, quasi provocasse spudoratamente il tuo umano, così, teneramente, senza darti il tempo di difenderti.

La grazia di questi due giorni a Varsavia per le celebrazioni di Popieluszko ha avuto il tramite di un amico regista, Rafal Wieczynski, che mi ha inaspettatamente introdotto nella famiglia (quella stretta d’appartenenza, e quella larga delle amicizie) del Martire legato a Solidarnosc. E’ stato quasi trovarsi improvvisamente, in carne ed ossa, nelle scene di quell’emozionante ricostruzione storica che Wieczynski ha tradotto magistralmente in cinema, insieme alle persone che hanno vissuto al fianco del Beato polacco.

“Vieni, Daniele! Ti presento gli operai della Huta che hanno invitato padre Jerzy a dire la prima Messa nella loro fabbrica, tempio dell’ideologia comunista di allora!”

“Ti presento la sorella di Jerzy e i suoi due fratelli!”

“Questo è il capo del servizio di preghiera e sorveglianza permanente che da 26 anni,
con tanti amici e fedeli, 24 ore su 24, non si distaccano mai dal loro Jerzy!”

“Padre Piotr allora era un bambino, quando Jerzy lo sottrasse dalla prigionia dov’era rinchiuso con lo stratagemma della “lettera non firmata”!”

E ancora mille persone, e mille incontri.

Un popolo. Con tutta la sua croce sulle spalle e, insieme, lo sguardo scolpito di certezza.
Un popolo che in un pugno di anni ha già espresso due figure dell’altezza di un Papa che si chiama Karol ed un giovane prete che si chiama Jerzy, i volti dei quali questa gente ha stampato sulla propria bandiera nazionale e la sta andando a sventolare nelle piazze e nelle strade di questo Paese, sempre più simbolo della Croce di Cristo.

Credo non faccia male, sia per chi le vicende della Polonia del secolo scorso le ha conosciute, sia per chi, tra i giovani soprattutto, non ne sappia nulla, vedere il film della vita e morte di padre Jerzy Popieluszko: una bella occasione per rimettersi sotto gli occhi quello che succede quando “Cristo entra come novità nella radice del nostro io” determinando “tutto in un modo nuovo”.

Per Popieluszko, come per ciascuno di noi!

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(nella foto sotto il titolo Rafal Wieczynski e Daniele Biondi insieme a Marianna Popieluszko.
Qui sopra piazza Pilsudski durante la cerimonia di Beatificazione)

Nella tragedia, uno sguardo di speranza. 0

Non appena siamo venuti a conoscenza della terribile sciagura aerea che ha decimato la dirigenza dello stato polacco, come Stalker, insieme agli amici di Sentieri del Cinema abbiamo inviato un messaggio a Rafal Wieczynski, regista del film Popieluszko e amico dell’associazione, per trasmettergli il nostro cordoglio e la nostra vicinanza.

Questa è stata la sua risposta, cheBaraKaczynski condividiamo con tutti voi:

Carissimi,
vi ringrazio per le vostre condoglianze e per la compassione. Conoscevamo alcuni tra i defunti di Smolensk. Erano grandi persone, con una visione e tanta energia. Da un punto di vista politico, per noi quello che è successo è stato come rivivere la tragedia di Katyn.
Alcune delle vittime hanno anche fatto molto per onorare la memoria di Padre Popieluszko.
Vi ringraziamo per le vostre preghiere. Siamo certi che Dio abbia un Suo progetto per la Polonia.

Vi auguro ogni bene
Rafal Wieczynski

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Proponiamo, di seguito, l’intervista che Rafal ha rilasciato alla rivista on-line Tracce.it il 15/04/2010

«Anche nella tragedia, c’è una speranza: quel che è successo sta risvegliando la Polonia, facendoci vedere chi siamo davvero». Per il regista Rafal Wieczynski, che nel film Popieluszko ha raccontato la vicenda del sacerdote polacco ucciso dal regime nel 1984, sull’incidente aereo in cui il 10 aprile hanno perso la vita 97 persone, compresi il presidente Lech Kaczynski e le più alte cariche del Paese, non è la morte l’ultima parola: «Può essere un’occasione per approfondire la nostra storia. E per conoscere di più i valori per cui combatteva chi era su quel volo». Così, mentre Varsavia e Cracovia si preparano per i funerali di Stato di sabato e domenica, cui sono attesi anche il presidente Usa Barack Obama e il russo Dmitrij Medvedev, abbiamo chiesto a Wieczynski un aiuto a comprendere quanto successo e in che modo la Polonia potrà risollevarsi.

Per tanti, tra cui il fondatore di Solidarnosc Lech Walesa, questa tragedia è «una seconda Katyn». Cosa ne pensa?
È così. Come 70 anni fa nei boschi di Katyn, dove i sovietici hanno trucidato 22mila ufficiali polacchi, in un colpo solo abbiamo perso la nostra élite. Quando da un amico ho saputo dell’incidente, stavo attendendo un volo per Kiev. Ho subito pensato che era scomparsa una classe politica, ma soprattutto una parte importante della nostra memoria nazionale.

Lei conosceva personalmente diverse vittime…
Il presidente Lech Kaczynski aveva patrocinato il mio film. E Tomasz Mertam, viceministro della Cultura, aveva fatto molto per promuoverlo. Insieme a loro c’era anche Janusz Kurtyka, il presidente dell’Istituto per la Memoria Nazionale, che mi aveva fatto accedere ad archivi protetti, fondamentali per la sceneggiatura di Popieluszko. Altre erano persone a me molto care, come Anna Walentynowicz, l’ex operaia il cui licenziamento nel 1980 aveva provocato gli scioperi di Danzica… Abbiamo perso uomini e donne che avevano lottato per i nostri diritti.

Che cosa ha provocato, nel suo Paese, quanto è successo?
Sta avvenendo un fenomeno incredibile: i polacchi hanno superato le diverse opinioni sui politici morti sabato, riversandosi per le strade di Varsavia con canti e candele. Come se ci fosse qualcosa di più importante di partiti e schieramenti: quel che vediamo è un popolo unito nel dolore. E questo dà speranza. Siamo stati risvegliati, ci siamo scoperti commossi da questa tragedia e ci siamo riavvicinati gli uni agli altri.

Tra i segnali inaspettati, anche la grande solidarietà manifestata dai russi: il presidente Medvedev ha annunciato un giorno di lutto nazionale, una folla di persone ha reso omaggio alle vittime davanti all’ambasciata polacca a Mosca…
Non solo: il 7 aprile i primi ministri della Russia e della Polonia, Vladimir Putin e Donald Tusk, proprio a Katyn avevano celebrato insieme il 70° anniversario dell’eccidio voluto da Stalin. E, anche se non sono ancora stati resi pubblici i documenti d’archivio, si è trattato di un passo importante. La strada per dei rapporti migliori con la Russia è aperta: la gente viene a sapere cos’è successo veramente sotto il regime, e questo può unire i nostri popoli. Perché, come hanno ripetuto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e come ha testimoniato padre Jerzy Popieluszko con il suo martirio, solo partendo dalla verità si può perdonare il male. Una meta che, ora, è un po’ più vicina.

POPIELUSZKO/ Il regista Wieczynski: un film che aiuta a spazzar via le menzogne del nostro tempo 0

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Mercoledì 27 gennaio 2010

«Le vite degli uomini sono così simili tra loro: difficili, grigie, talvolta cupe. Sarebbero insopportabili senza dei barlumi di felicità, i segni della Tua presenza in mezzo a noi». In queste parole pronunciate da padre Popieluszko, la chiave di una storia di martirio che il regista polacco Rafal Wieczynski ha saputo restituirci senza retorica, con l’asciutta sobrietà di ciò che é vero. Abbiamo incontrato a Milano il regista di Non si può uccidere la speranza, in occasione della proiezione del film organizzata dall’Associazione Stalker - Mendicanti dello sguardo (che ha portato Wieczynski in tour in Italia di tre serate a Milano, Ferrara e Rimini) e da Sentieri del Cinema, che ha fatto registrare il sold out al cinema Palestrina di Milano. Ecco cosa ha raccontato il regista a ilsussidiario.net

Popieluszko racconta la storia di un martire che, mosso dalla fede, combatte contro la menzogna comunista per riaffermare la statura autentica dell’uomo. Quali sono a suo parere, nell’Europa odierna, le menzogne che minacciano libertà e felicità umana? E chi é il martire, oggi?

In ogni era è in atto la stessa lotta e il messaggio di Popieluszko è universale, poiché si tratta del Cristianesimo. E’ strano, sembra quasi che distinguere il bene dal male sia stato più facile al tempo di Popieluszko, nella mia giovinezza. Ora invece stabilire dove sia il male è una sfida, definire dove sia la menzogna ci richiede uno sforzo. Eppure la menzogna è intorno a noi: è riporre il significato della vita solo nel nostro piacere. E’ questa la menzogna più diffusa, perché non ci dà vera felicità e non ci fa crescere. Possiamo notare come molte persone, soprattutto nell’Occidente europeo, considerino pericoloso il messaggio di Cristo e reagiscano cercando di emarginare la cultura cristiana.

Ci faccia un esempio

Qui a Milano ho visto per la prima volta il meraviglioso Duomo, un monumento grandioso della cultura, della storia e dell’Europa cristiana, e mi sono chiesto come possiamo negare la cittadinanza a Cristo nella costituzione europea. E’ una grande menzogna che ci circonda e ci fa perdere la libertà. Popieluszko combatteva per la libertà interiore: ora, accettando queste regole conformiste del politically correct, stiamo perdendo la nostra libertà.

Nel suo film ha molta parte la millenaria religiosità tradizionale del popolo polacco. A suo parere, anche in relazione alla recente sentenza europea sui crocifissi, quale ruolo può avere oggi la fede degli avi? È un presidio di tradizione e cultura da preservare o qualcosa di più?

In Polonia, dopo il 1989, la fede delle persone é divenuta più profonda, ma una parte della società si é allontanata del tutto dalla Chiesa. Chi è rimasto frequenta però le funzioni regolarmente. E’ una scelta. Abbiamo anche molte vocazioni di giovani preti, il nostro paese esporta preti in tutto il mondo. Non vengono dai villaggi ma dalle grandi città, dai nuovi movimenti cattolici. La loro vocazione nasce perciò dal tentativo di capire cosa sia la fede.

Cosa significherebbe quindi, in tal senso, rimuovere i crocifissi?

Sono felice quando vedo una croce non solo perché fa parte della tradizione ma anche semplicemente perché c’è, perché è un segno, e un giorno potrà assumere un significato più profondo per qualcuno. Ma se viene proibita, allora torniamo ai tempi del paganesimo. Nello scorso secolo, e anche in questo, molte persone sono morte, e stanno morendo, per la croce. E’ una cosa che non dovremmo mai dimenticare.

Del suo film stupisce la coralità e il forte senso di comunità, degli operai di Solidarnosc ma anche di tutto un paese unito da qualcosa di più profondo degli interessi specifici. Nell’attuale società si può ancora dire questo “noi”? E come?

I polacchi hanno questa capacità di stringersi in comunità quando c’è un pericolo. Solidarnosc aveva questa capacità anche perché si fondava su valori evangelici, il primo uomo di Solidarnosc era, infatti, il Papa. Questa è la ragione. Credo che questa unità sia un’esperienza universale. In Polonia ora, a mio parere, si sarebbe di nuovo uniti di fronte al pericolo. Ma il pericolo, come dicevamo, è diverso da prima.

Cosa la spinge a credere questo?

Sempre più persone se ne accorgono. Per questo sono sicuro che un giorno arriverà una persona o un movimento grazie al quale l’unità farà ritorno. Ne sono convinto anche quando i giovani, soprattutto in Polonia, mi chiedono di quest’unità con una sorta d’invidia mista a desiderio. Mi chiedono “Come doveva essere meravigliosa quest’unità! E cosa ne avete fatto? Perché l’avete persa?”. E’ un desiderio forte e diffuso: credo perciò che quando ci renderemo conto che stiamo davvero perdendo la nostra anima, la nostra libertà, saremo di nuovo insieme.

Che cosa l’ha spinta a venire in Italia?

E’ molto interessante che io sia qui grazie all’incontro con giovani di Comunione e Liberazione avvenuto negli anni ’70/’80. E il fatto che noi siamo qui a discutere di Popieluszko è anche frutto di quell’incontro, di quella comunione. E’ per quell’incontro che il messaggio di Popieluszko arriva anche in Italia. Quei ragazzi mi hanno invitato in Italia perché, a loro volta, erano venuti in Polonia nel ’70, avendo modo di conoscere la cultura e la religione polacca. E sono venuti perché padre Ricci, il cardinal Wizynszki e Wojtyla hanno lavorato insieme per favorire l’incontro tra Italia e Polonia. E’ un processo fatto di incontri e volti che non si fermerà.

Un tema cruciale del suo film é quello dei rapporti tra religione e patriottismo, caratteristici della storia tormentata del suo paese. Come crede convivano e si rapportino queste due dimensioni?

Non vi é contraddizione. Popieluszko era sicuro di questo: se la gente non avesse permesso alla menzogna comunista di entrare nel suo cuore, il potere del partito non avrebbe avuto chance di sopravvivenza. E in effetti accadde così: il potere comunista cadde perché le persone smisero di avere paura di dire che era una menzogna. So che da voi in Italia è considerato strano che gli operai chiamino un prete a celebrare messa nella loro fabbrica, ma in Polonia é molto diverso. 

A cosa sta lavorando adesso?

Sto lavorando a un documentario per cui ho raccolto materiali riguardo alle popolazioni dei villaggi polacchi tra ‘800 e ‘900, un periodo di grandi cambiamenti nel paese, di grande modernizzazione. Una modernizzazione che venne però dalla Chiesa, non dal socialismo. In questi scritti si parla sempre di un prete che inizia un movimento, un partito, un’azione di cambiamento.

Che consigli darebbe a un giovane regista italiano che volesse raccontare una di queste storie?

Non mi sento di dare consigli, specialmente ai registi italiani, che ammiro molto. E’ vero, nella vostra storia avete grandi figure di preti. L’unico problema che intravedo nei film sui preti è che sono spesso troppo sdolcinati, sembrano fatti per bambini. L’unico consiglio è di farli per persone pensanti. La cosa più importante è scoprire cosa Dio ci vuole dire tramite quella storia e mettere da parte se stessi. Dio non ha bisogno di essere migliorato dai registi.

Quali sono state le sfide più impegnative ed affascinanti, a livello tecnico, che ha incontrato nel corso della lavorazione del film?

Ci sono molti effetti speciali nel film. Abbiamo chiesto consiglio a professionisti che hanno lavorato a film di Hollywood, come Apocalypto. Le scene più difficili sono state sicuramente quelle che prevedevano la combinazione di materiale d’archivio e scene recitate, in particolare quando l’inquadratura doveva passare dalla folla alla figura di papa Wojtyla, presente nei documenti storici.  Questo movimento panoramico, culminante nel montaggio di materiale d’archivio, ha richiesto particolare perizia. Gli americani ci hanno fatto i complimenti e ne siamo orgogliosi.

Ci dica un aspetto del suo film di cui va particolarmente fiero

Un altro aspetto interessante è la presenza di attori che sono stati testimoni di quei fatti storici e che ci hanno offerto, anche per questo, une recitazione molto naturale. Sono stati usati come comparse nelle manifestazioni anche giovani studenti che, lavorando a fianco dei più anziani, hanno assistito a una sorta di lezione di storia.

(Eleonora Recalcati, ilsussidiario.net)